Il biossido di titanio (TiO2) è, con una produzione globale stimata in circa 10 milioni di tonnellate annue, il pigmento bianco più utilizzato al mondo. Lo si trova in vernici, materie plastiche, inchiostri, carta, dentifrici, creme solari e cosmetici, oltre che, fino a pochi anni fa, nell'industria alimentare. Proprio per la sua ubiquità, la sua classificazione dal punto di vista della sicurezza chimica è da anni al centro di un confronto normativo e scientifico particolarmente acceso, arrivato a una svolta definitiva nell'agosto 2025 con una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea. Un recente approfondimento pubblicato dall'INAIL – Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale fa il punto sullo stato dell'arte tra applicazioni industriali, quadro regolatorio e letteratura scientifica sugli effetti sulla salute.
Un materiale strategico con tre "anime" cristalline
Il TiO2 è un composto inorganico che si presenta come polvere bianca finissima, insolubile in acqua, non infiammabile e dotata di un elevato indice di rifrazione. Esiste in tre forme cristalline naturali – anatasio, rutilo e brookite – delle quali le prime due sono di gran lunga le più rilevanti dal punto di vista applicativo: il rutilo per la sua stabilità chimica, la resistenza agli agenti atmosferici e il potere coprente; l'anatasio per la maggiore attività fotocatalitica.
Dal punto di vista produttivo, la purificazione dei minerali di partenza (in particolare l'ilmenite, FeTiO3) avviene attraverso il processo al solfato o il processo al cloruro. Esistono inoltre filiere produttive dedicate alla frazione nanometrica (nano-TiO2), ottenuta con approcci top-down o bottom-up, che restituiscono particelle con superficie specifica ed energia superficiale molto più elevate rispetto al pigmento micrometrico, e quindi con una reattività chimica e un'attività catalitica potenzialmente diverse.
Secondo le stime richiamate dall'INAIL, il TiO2 di grado pigmentario (dimensioni micrometriche) rappresenta ancora oggi circa il 98% della produzione complessiva, mentre la frazione nanometrica resta sotto il 2%, pur essendo quella più studiata dal punto di vista tossicologico proprio per le sue caratteristiche fisico-chimiche peculiari.
Il braccio di ferro sulla classificazione CLP: cinque anni di contenzioso
La vicenda regolatoria del TiO2 nasce nel 2020, quando l'agenzia francese Anses chiede all'ECHA una modifica del Regolamento CLP (Regolamento (CE) n. 1272/2008) relativo alla classificazione, etichettatura e imballaggio di sostanze e miscele pericolose. Sulla base del parere del Comitato per la valutazione dei rischi (RAC), la Commissione europea adotta il Regolamento delegato (UE) 2020/217 (14° ATP del CLP), che inserisce il TiO2 in polvere – quando contiene l'1% o più di particelle con diametro aerodinamico pari o inferiore a 10 μm – nell'Allegato VI del CLP, classificandolo come sostanza sospettata di provocare il cancro per inalazione (categoria 2, H351). La classificazione entra in vigore il 1° ottobre 2021, con conseguenti obblighi di etichettatura per le imprese produttrici e utilizzatrici.
Numerose aziende del settore impugnano però il provvedimento, contestando i criteri scientifici alla base della valutazione. Nel novembre 2022 il Tribunale dell'Unione europea, riscontrando errori nella valutazione delle prove disponibili, accoglie i ricorsi e annulla la classificazione (cause riunite T-279/20, T-283/20 e T-288/20, CWS Powder Coatings e altri contro Commissione). Francia e Commissione europea presentano appello nel febbraio 2023, mantenendo la classificazione in vigore in via cautelativa durante il procedimento. Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell'UE respinge definitivamente entrambi gli appelli, confermando la sentenza del 2022 e cancellando in via definitiva la classificazione armonizzata del TiO2 come cancerogeno di categoria 2 per inalazione (l'esito è stato formalizzato con l'avviso pubblicato in Gazzetta ufficiale dell'Unione europea del 10 dicembre 2025, C/2025/6670).
Dal cibo ai cosmetici: le vie di esposizione
Parallelamente al contenzioso sulla classificazione CLP, il TiO2 è stato oggetto di un altro intervento normativo rilevante sul fronte alimentare. Utilizzato per decenni come additivo colorante (E 171) per conferire bianco brillante e migliorare la consistenza dei prodotti, a seguito del parere scientifico dell'EFSA il Regolamento (UE) 2022/63 ne ha vietato l'uso come additivo alimentare nell'Unione europea, applicando il principio di precauzione per la possibile genotossicità e il potenziale accumulo nell'organismo, pur in assenza di evidenze certe. Nella maggior parte dei Paesi extra UE, invece, il TiO2 resta tuttora autorizzato come additivo alimentare.
Nel comparto cosmetico l'impiego del TiO2 è disciplinato dal Regolamento (CE) n. 1223/2009: la sostanza è autorizzata come colorante (Allegato IV) e come filtro UV (Allegato VI), con la forma nanometrica ammessa nelle creme solari fino a una concentrazione massima del 25%. Le microparticelle restano inoltre ampiamente utilizzate in plastiche, inchiostri, dentifrici e vernici.
Considerata questa diffusione capillare, l'esposizione umana al TiO2 può avvenire per ingestione, contatto dermico e inalazione. In ambito occupazionale, la principale via di esposizione resta l'inalazione di polveri fini e ultrafini durante produzione, movimentazione e lavorazione: per questo l'INAIL richiama la necessità di un approccio cautelativo basato su misure tecniche e organizzative (ventilazione localizzata, confinamento dei processi polverosi, automazione, corretta gestione della pulizia degli ambienti), sull'uso di dispositivi di protezione individuale adeguati quando tali misure non sono sufficienti, e su monitoraggio periodico e formazione continua dei lavoratori.
Cosa dice davvero la letteratura scientifica sugli effetti sulla salute
È qui che l'approfondimento INAIL offre probabilmente il contributo più utile: l'annullamento della classificazione CLP non equivale a una "patente di innocuità" per il TiO2, ma riflette limiti nella valutazione scientifica posta a base del provvedimento del 2020. Gli studi disponibili restano infatti eterogenei e in alcuni casi discordanti.
Dal punto di vista tossicologico, la tossicità del TiO2 – in forma micro- e nanometrica – risulta influenzata da proprietà di superficie (reattività, gruppi funzionali esposti, capacità di generare specie reattive dell'ossigeno, con conseguente stress ossidativo, danno cellulare e risposta infiammatoria), oltre che da dimensione, forma e struttura cristallina. Le nanoparticelle mostrano generalmente una citotossicità maggiore rispetto al pigmento micrometrico, e una maggiore capacità di interagire con le cellule e attraversare barriere biologiche.
Sul fronte epidemiologico, gli studi occupazionali condotti su lavoratori dei siti di produzione offrono un quadro non concorde: alcune coorti statunitensi non hanno rilevato incrementi significativi di mortalità per tumore polmonare, mentre un'ampia coorte europea (Finlandia, Francia, Germania, Italia, Norvegia e Regno Unito) ha mostrato un aumento significativo dell'incidenza di tumore del polmone rispetto alla popolazione generale, sebbene senza una chiara relazione dose-risposta. Rianalisi più recenti, che tengono conto del cosiddetto "healthy worker survivor effect" (un bias che tende a sottostimare il rischio reale negli studi occupazionali), hanno invece riscontrato un'associazione positiva tra esposizione al TiO2 e mortalità per tumore polmonare, soprattutto ai livelli di esposizione più elevati. Sono stati inoltre descritti effetti non neoplastici, come riduzione della funzionalità polmonare e alterazioni pressorie nei lavoratori esposti.
Anche gli studi in vitro e in vivo, condotti prevalentemente sulla forma nanometrica, indicano possibili effetti genotossici, epigenetici, neurotossici e sistemici (compresi effetti su fegato, apparato riproduttivo e intestino), con una biodistribuzione – dopo assorbimento gastrointestinale – che può interessare organi come fegato, reni, milza e persino cervello.
Cosa cambia per le imprese
Il messaggio che emerge dal report INAIL, e che vale la pena trattenere al di là del contenzioso normativo, è che permane la necessità di un approccio cautelativo: non esiste a oggi un valore limite di esposizione professionale (VLEP) specifico a livello nazionale per il TiO2, e la comunità scientifica indica come prioritari ulteriori studi su soglie, relazioni dose-risposta, meccanismi molecolari ed effetti a lungo termine.
Per le aziende che utilizzano il TiO2 nei propri processi produttivi o nella formulazione dei prodotti – vernici, materie plastiche, cosmetici, articoli per l'infanzia e giocattoli, tra gli altri – questo si traduce in obblighi concreti che vanno oltre la sola classificazione armonizzata: schede dati di sicurezza aggiornate, corretta gestione della classificazione ed etichettatura delle miscele contenenti la sostanza, e una valutazione del rischio chimico negli ambienti di lavoro che tenga conto delle indicazioni più recenti, anche in assenza di un obbligo normativo vincolante di categoria 2. Per un supporto specifico sulla verifica di conformità al Regolamento REACH e alla normativa CLP applicabile a sostanze e miscele pericolose, il team di European Quality Standard è a disposizione per una valutazione personalizzata.

